Meccanismi psicologici alla base della genesi e del mantenimento degli attacchi di panico. Come intervenire per ridurre la sofferenza?

Dott.ssa Serena Cataldi, 3452995738, Psicologa Firenze

Oggi parliamo di attacchi di panico,  una forma di disagio psicologico caratterizzato da intensa ansia, che insorge spesso  in concomitanza a periodi molto stressanti, anche se non esclusivamente imputabile ad essi.

Panik Knopf

In base alle statistiche, il  fenomeno sembrerebbe interessare fino al 3-4% della popolazione generale,  con età media di ins

orgenza compresa tra i 20 ed i 24 anni,  e vedrebbe  le donne maggiormente a rischio (2:1) rispetto agli uomini (1).

A mio avviso, una corretta psico-educazione sul panico è fondamentale per inquadrare correttamente  il fenomeno da un punto di vista psicologico ed aiutare coloro che ne soffrono a superare lo stigma del giudizio legato spesso alla paura di essere considerati “pazzi”, paura che in molti casi rischia di ritardare la richiesta d’aiuto, aumentando così sensibilmente il rischio di cronicizzazione del problema.

Gli attacchi di panico sono episodi di ansia molto intensa, transitori, con esordio inaspettato, spesso seguiti da un’intensa paura che il fenomeno possa  ripresentarsi. Durante gli attacchi, la persona sperimenta, solitamente, alcuni tra i seguenti sintomi:  tachicardia, sudorazione, tremori, vertigini, sensazione di soffocamento, nausea, brividi, parestesie, dolori al petto. Ne deriva la paura di morire, di impazzire o di perdere il controllo (2).

É bene sottolineare che l’emozione alla base del panico, ovvero la paura, è un’emozione fisiologica di base che tutti noi proviamo, indispensabile alla nostra sopravvivenza, in quanto segnala  minacce e pericoli che lederebbero la nostra incolumità.  La differenza tra paura fisiologica e panico, quindi, è di tipo quantitativo più che qualitativo: nel panico l’intensità delle emozioni provate è molto intensa e causa di estrema sofferenza per la persona che le sperimenta.

Per capire come si genera e si autoalimenta  un attacco di panico, possiamo ricorrere alla spiegazione data da Clark nel suo modello del panico, chiamato anche “modello del circolo vizioso”, in base al quale una sequenza circolare di eventi conduce all’attacco e poi al suo mantenimento (3).

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CIRCOLO VIZIOSO DEL PANICO DI CLARK (1986, 1994)

FATTORI SCATENANTI

                                                (percepire leggera pressione sul petto)

MINACCIA PERECEPITA

(potrebbe essere qualcosa di pericoloso)

                       ⇓                                                    ANSIA                                             ⇓

INTERPRETAZIONE ERRONEA                         ⇐                           SINTOMI FISICI/COGNITIVI

(“sto per avere un infarto”)                                               (aumento battito,sudorazione, brividi)

                  ⇑⇓                                              EVITAMENTO                        ⇓

(alzare il volume della radio per distrarmi dal battito cardiaco)

COMPORTAMENTI PROTETTIVI

(chiedo ad una persona fidata di farmi compagnia per non restare sola )

ATTENZIONE SELETTIVA

(controllo il battito per vedere se sta aumentando)

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In base a tale spiegazione, gli attacchi di panico sono il risultato dell’interpretazione catastrofica di eventi fisici o mentali, considerati il segno di un’imminente catastrofe.

Le sensazioni mal interpretate possono essere stimoli interni (solitamente legati all’ansia stessa, come aumento del battito cardiaco, oppure normali variazioni delle funzioni fisiologiche, come una sensazione di pesantezza alla testa) oppure stimoli esterni (ad es, trovarsi in un luogo chiuso ed affollato).

L’attribuzione di un significato minaccioso a tali stimoli genera paura , con tutti i correlati fisiologici  che questa comporta (aumento del battito, tremori, vampate di calore…) .

Tali sintomi sono, nuovamente,  interpretati in maniera catastrofica, e si avvia così il perverso circolo del panico. Più si presta attenzione alle sensazioni fisiche, più aumenterà l’interpretazione catastrofica, che farà nuovamente incrementare l’attivazione corporea, come in un circolo che si auto alimenta.

L’attacco di panico persiste per effetto di 3 fattori di mantenimento:

  • ATTENZIONE SELETTIVA: la focalizzazione selettiva sulle sensazioni corporee ne aumenterà la percezione, e con essa l’interpretazione catastrofica e  l’attivazione fisiologica (ad es, se mi concentro sul battito cardiaco, tenderò a notarlo più di prima, e questo semplice fatto mi farà pensare che qualcosa non va).
  • COMPORTAMENTI PROTETTIVI: sono comportamenti messi in atto al fine di proteggersi dall’ansia che, in realtà , paradossalmente, la alimentano, non permettendo la disconferma delle credenze sulla sua pericolosità (ad es,se ho avuto un attacco di ansia al supermercato, chiederò sempre a qualcuno di accompagnarmi ogni volta che vi faccio ritorno, non permettendo la  disconferma della mia paura).
  • EVITAMENTO: evitare situazioni in cui si può provare ansia non consente di sperimentala e di ridimensionarne la pericolosità, e di capire che una reazione d’ansia, del tutto fisiologica, non sfocia necessariamente nell’attacco di panico (ad es, evitare di praticare attività fisica per timore dell’aumento del battito cardiaco non consente di sfatare il mito che l’accelerazione del battito sia dannosa se non letale ).

Con la speranza di aver chiarito le idee sui meccanismi di genesi e mantenimento del panico, sulla natura fisiologica di emozioni quali  paura  ed ansia e sul ruolo chiave giocato, invece, dall’interpretazione catastrofica rispetto a  fenomeni fisici e mentali, possiamo adesso chiederci: cosa può fare la persona che soffre di attacchi di panico?

La ricerca scientifica suggerisce l’efficacia sia della terapia farmacologica, SSRI  in particolare (4), che della psicoterapia.  Nello specifico, diversi studi hanno mostrato come: l’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale sia in alcuni casi pari a quella della farmacoterapia (5) ed in altri superiore (6) ; in altri ancora garantisca il consolidamento dei risultati raggiunti a 6 mesi  rispetto al gruppo sperimentale che aveva (7) assunto il farmaco.

Per tali ragioni, credo valga la pena esaminare gli obiettivi generali  che la psicoterapia si propone di raggiungere, in accordo con le priorità e necessità del singolo paziente. In primis, aiutarlo a capire i meccanismi di mantenimento del panico, ovvero quei fattori emotivi, cognitivi e comportamentali esposti in precedenza, che variano da persona a persona. Più nello specifico,  aiutarlo a:

  1. Familiarizzare con le proprie emozioni e comprenderne lo scopo evolutivo ed adattivo;
  2. Dacatastrofizzare il significato attribuito ad alcune sensazioni fisiche o mentali;
  3. Esporsi alle situazioni temute, rispettando i tempi della singola persona;
  4. Prevenire le ricadute.

Con la speranza di aver fornito una descrizione chiarificatrice di un fenomeno tanto complesso, mi auguro di aver trasmesso, a chi sta soffrendo, la speranza di poter affrontare efficacemente il proprio disagio.

dott.ssa Serena Cataldi

BIBLIOGRAFIA:

  1. 1. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and     statistical manual of mental disorders, fifth edition DSM-V. American Psychiatric Publishing, Washington D.C./London
  2. 2. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders, fifth edition DSM-V.   American Psychiatric Publishing, Washington D.C./London
  3. 3. Modello Del Panico Di Clark: Clark,1986; Clark e coll, 1988; Clark e Coll, 1994; Clark e Coll, 1996, 1999.
  1. 4. Gorman e Coll, 2002.
  2. 5. Butler e coll, 2005.
  3. 6. Margraf, 1993; Bandelow e coll., 2007.
  4. 7. Sharp e Coll, 1996; Barlow e coll, 2000
  5. 8 Foto: http://afibro.org/2016/08/los-sintomas-del-ataque-de-panico-de-los-que-no-se-habla/
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